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Ci sono i naufraghi e ci sono i “naufraghi”.

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E’ notizia di pochi giorni fa che un altro barcone è affondato, provocando l’ennesima strage in mare. Come da copione, i moralisti un tanto al kg si sono stracciati le vesti ululando che è nostro dovere salvare vite umane, soprattutto i naufraghi, come impongono le leggi della navigazione. Salvini, che cerca di bloccare le navi delle ONG e che vorrebbe multare chiunque si renda responsabile di immigrazione clandestina, viene dipinto come un mostro di disumanità, anche se di vite ne ha salvate più lui, riducendo le partenze, che tutti i buffoni dei governi che lo hanno preceduto.

Sorvoliamo sulla distinzione, che i fautori dell’immigrazione si guardano bene dal fare, tra “salvare”

e “ospitare”, concetti completamente diversi e per nulla legati da una relazione di causa – effetto: intendo dire che siamo certamente obbligati moralmente a salvare chi è in pericolo di vita, ma non

certo a ospitarlo e a mantenerlo a casa nostra vita natural durante.

Ora però mi interessa definire con chiarezza cosa si intenda per naufrago, senza le virgolette, che

ho riservato, nel titolo di questo articolo, ai finti naufraghi: i quali, in realtà, altro non sono che le truppe d’assalto, mandate al macello della prima linea, dell’esercito invasore che si prepara a sbarcare in Europa.

Facciamo chiarezza: un conto è se si è vittime di un naufragio casuale, ad es. i marinai di un mercantile o i passeggeri di una nave come quella che, un paio di mesi fa, ha rischiato di affondare vicino alle coste della Norvegia: queste persone, che si trovano in grave situazione di pericolo mentre lavorano o viaggiano, devono essere soccorse, senza ombra di dubbio.

Ma tutt’altra cosa sono i “naufraghi” che, ormai da anni, siamo costretti prima a salvare, poi ad ospitare, e che non sono né lavoratori né passeggeri: sono persone che che si sono messe volontariamente nelle condizioni di naufragare, salendo su barconi stracarichi per andare a commettere un’illegalità. Ovvero, pretendere di sbarcare, quasi sempre senza documenti e senza il titolo di rifugiati di guerra, in una Nazione che di loro è ormai satura e che ha espresso, con le sue scelte politiche, la volontà di porre fine ai loro sbarchi.

E allora la domanda che ci dovremmo porre è questa: fino a che punto e fino a quando spendere risorse ed energie per salvare chi, volontariamente e pervicacemente, si mette sempre in situazioni di pericolo e di illegalità?

Facciamo un esempio pratico: immaginiamo un automobilista che è protagonista e vittima di

continui incidenti, da lui stesso provocati, tali da mettere a repentaglio la vita propria e quella altrui. Immaginiamo che questo pirata della strada venga soccorso e medicato un tot di volte, che gli venga ritirata la patente, che venga diffidato dal salire su un’auto. Nonostante ciò, lui se ne frega dei divieti e continua a provocare incidenti che richiedono costose cure mediche a spese della comunità.

Domanda: dovrebbe essere soccorso vita natural durante o non sarebbe il caso di fargli capire che, se vuole i medici e le cure, come minimo dovrebbe pagarsele lui?

O non sarebbe addirittura il caso di metterlo in condizioni di non più nuocere a se stesso e agli altri,

per esempio privandolo della libertà?

Bene: questa è la situazione che i “naufraghi” stanno creando al nostro paese e all’Europa intera; sarebbe ora di prenderne atto, anziché sbandierare il solito piagnisteo retorico del disperso in mare, da salvare a tutti i costi, anche quando, di fatto, è lui che ha fatto di tutto per costringerci ad intervenire.

Ne consegue che ha ragione Giorgia Meloni: contro gli sbarchi che riprendono, non appena si apre

qualche spiraglio, c’è una sola soluzione, che si chiama blocco navale.

Aggiungo un’ultima considerazione: si continua a invocare il diritto internazionale, in base al fatto che imporrebbe di accogliere i profughi e coloro che versano in condizioni di pericolo nei loro Paesi.

Andrebbe però ricordato, sempre in base al diritto internazionale, che dovrebbe esistere l’obbligo reciproco, da parte di tutti i Paesi, di riprendersi i propri cittadini che non sono graditi ad altre Nazioni.

Stranamente invece, nei confronti di quei Paesi che non accettano i rimpatri (ad es. il Senegal), tutti tacciono e il Diritto Internazionale non viene invocato.

E’ la solita questione dei due pesi e delle due misure: agli immigrati solo i diritti, mentre ai popoli che accolgono solo i doveri.

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