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Facebook censura Generazione Identitaria. Ovvero: la dittatura della carta igienica.

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Diciamocela tutta: Facebook, come social network, non è un granché. Prendiamo la sua grafica, ad esempio: quel blu tanto più insulso quanto più ottimista, che fa tanto utilitaria anni ’60.

E poi l’affastellarsi di finestre e video che spuntano da tutte le parti, faccine incolonnate che sembrano le foto a colori di lapidi del cimitero dei vivi morenti.

E che dire dei messaggi pubblicitari che disturbano la visione dei filmati, ammesso che valga la pena visionarli, o la lettura dei post, quasi sempre aggressivi anche quando vorrebbero essere perle di saggezza?

Poi compaiono post pubblicati in passato, ma che all’improvviso saltano fuori e si piazzano in prima pagina, senza che nessuno li abbia evocati, come stronzi che riemergono in un mare di banalità e di sentenze da filosofi da taverna.

E’ squallido lo stesso nome: Facebook.

Book”?

Ma di quale “book” si parla?

Magari Facebook avesse l’intelligenza di un libro, che si può aprire quando si pare e alla pagina che si vuole.

Il social network campione di popolarità assomiglia piuttosto a un antico rotolo di papiro che si deve svolgere e riavvolgere , per essere consultato, il che non è proprio il massimo della funzionalità. E che giustifica ampiamente il parallelo con il rotolo di carata igienica, evocata nel titolo di questo articolo.

Tornare a un post di qualche mese prima su Facebook è operazione lenta e scomoda, a tal punto che ci si rinuncia a priori e si finisce per considerare la memoria di quanto si è scritto o pubblicato come una sorta di immondezzazio dove è bene non mettere più le mani.

Da ultimo: il fatto che sia così facile iscriversi su Facebook, ma che non venga spiegato come uscirne, al punto tale da dover ricorrere ad esperti su Internet per potersi cancellare, rende il social network simile ad una trappola per topi, virtuale fin che si vuole, ma comunque inquietante.

No, la sublime creatura dello Zucker-oso Super Nerd è scomodo da utilizzare, funziona solo purché ci si adegui all’avvilente dittatura dell’ “hic et nunc”, che rende la lettura di un vecchio post ostica quanto la riesumazione di un cadavere.

Facebook è la dimostrazione che un prodotto dal grande successo commerciale non è

necessariamente un prodotto di valore, anzi!

Zuckerberg ha avuto la grande intuizione di inverare per primo su Internet la profezia di Andy

Warhol sulla televisione, che avrebbe garantito a ciascuno di noi il suo quarto d’ora di presenza sullo schermo, ma il mezzo con cui lo ha fatto è decisamente scadente.

Oh, certo, c’è l’indubbio merito di Facebook dell’informazione istantanea, della condivisione di video di tutto il mondo, spesso dal contenuto politico, che vengono mitragliati da una pagina all’altra in modo apparentemente libero e spontaneo. Ma che, in realtà, finiscono per essere subito dimenticati perché fagocitati da un vorticoso usa e getta di altri video e di altra informazione, che alla fine si ritorce e si appiattisce su se stessa. Inoltre, se si parla di video, è sicuramente meglio Youtube, dove è più facile e razionale trovare in modo rapido le informazioni che si cercano.

Ma quanto ho appena esposto non rappresenta ancora la parte peggiore di Facebook, che invece sta emergendo proprio negli ultimi anni: parlo della censura di quei contenuti politici che ci si era illusi di poter esprimere liberamente sui social network. Facebook, giorno dopo giorno, si sta rimangiando tutte le promesse di libertà dell’informazione e delle opinioni che aveva elargito agli inizi, restringendo sempre più le possibilità di libero scambio delle idee, con metodi che di libero non hanno proprio niente e che semmai ricordano la censura di un regime: unilaterale, monotona, oscurantista, prevedibile.

Perché, a finire censurate, col pretesto della lotta ai messaggi di odio, di discriminazione e di xenofobia, sono quasi sempre le pagine dei siti sovranisti, anti – immigrazione o che difendono l’identità culturale europea, quelli cioè che combattono contro il pensiero unico e l’omologazione imposta dal meticciato della società multietnica. E non importa che il linguaggio con cui lo fanno sia impeccabile e privo di qualsiasi incitazione all’odio etnico: il fatto stesso di criticare le ondate migratorie che si abbattono sull’Europa e il palese tentativo di islamizzazione dell’occidente è, spesso, più che sufficiente per portare al blocco della pagina da parte dei censori di Zuckerberg. Che, non a caso, si incontrò con Angela Merkel nel 2015, subito dopo l’invasione della Germania da parte dei profughi siriani, proprio per mettere a punto le linee guida della sua attività repressiva:

https://www.youtube.com/watch?v=BJq5rKCe2DI

A fare le spese, ultimamente qui in Italia, della scure censoria di Zuckerberg, sono stati i profili dei militanti di Generazione Identitaria, addirittura disabilitati,

https://mobile.twitter.com/GenerazioneID/status/1096732279358009344

e la pagina di Casaggì, un gruppo di destra vicino a Fratelli d’Italia, molto attivo a Firenze:

http://casaggi.blogspot.com/

https://firenze.repubblica.it/cronaca/2019/02/19/news/volantinaggio_di_casaggi_contro_la_scuola_anti-salvini_-219565267/

Ai militanti di Generazione Identitaria e di Casaggì va ovviamente la nostra solidarietà, aggiungo solo, quanto al primo gruppo, che la sua lotta continua sulle pagine di Telegram,

http://t.me/GenerazioneID

di Twitter

http://twitter.com/GenerazioneID

e di Vk

http://vk.com/generazioneid

un social network russo simile a Facebook ma molto più libero e che, mi auguro, potrebbe presto farlo finire nel posto che gli spetta di diritto: ovvero là dove si getta la carta igienica, una volta che la si è usata.

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