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La moschea a Ground Zero e a Greve in Chianti: atto di guerra, non di pace!

Un articolo di diversi anni fa (cortesia di www.congredior.eu) che ci fa capire quanto l’America di Obama fosse caduta in basso, fino al punto di insultare la memoria dei martiri di Ground Zero.
Stessa cosa per la Toscana, svenduta al politically correct dai suoi pavidi governanti di sinistra, tanto da infangare la memoria della sua figlia più nobile, Oriana Fallaci.

Se ne parla da diversi giorni, sulla stampa e sui telegiornali: un’associazione musulmana ha chiesto alle autorità di New York, e purtroppo ottenuto, il permesso di costruire una gigantesca moschea, la “Cordoba House”, a pochi isolati di distanza da Ground Zero. A dare un decisivo impulso alla costruzione di tale edificio ci ha pensato il Presidente Obama in persona, che ha sostenuto a spada tratta la necessità di non discriminare in alcun modo la libertà religiosa, sacra negli Stati Uniti. Grande Capo “Voce Tonante” Obama ha insomma elargito all’America l’ennesima lezione di correttezza politica, per paura di offendere la sensibilità religiosa dei musulmani. Ma se ne è fregato tranquillamente della sensibilità di tutti quegli americani indignati per l’arroganza con la quale i musulmani pretendono (il loro verbo preferito, in tutto il mondo!) di costruire una moschea là dove i loro terroristi hanno compiuto una strage di proporzioni gigantesche: oltre 2800 esseri umani sono infatti morti nel crollo delle due torri. E, per favore, non mi si venga a cantilenare la solita litania: che il terrorismo non ha nulla a che vedere con l’Islam, che è una scheggia impazzita, ecc. Certo non tutti i musulmani sono terroristi, ma è un dato di fatto che tutti i terroristi odierni provengono dalle fila dell’Islam e giustificano le loro stragi con quei versetti coranici che incitano alla guerra senza quartiere contro gli infedeli.
Grande Capo “Voce Tonante” Obama finge poi di ignorare che coloro che sono contrari alla moschea a Ground Zero hanno semplicemente proposto di spostarla qualche isolato più in là, senza dunque negare ai musulmani di Manhattan la possibilità di pregare.
Giustamente Robert Spencer, in un articolo su Cordoba House sul suo sito http://www.jihadwatch.org/ , scrive di tentativo di imporre la supremazia dell’Islam all’America e al mondo intero, ma io mi spingo ancora più in là, e parlo apertamente di atto di guerra, psicologica, se vogliamo, ma pur sempre guerra.
E mi fanno ridere i sostenitori di tale progetto che continuano a pontificare le solite banalità: “gesto distensivo”, “luogo di pace e di preghiera”, “contributo al dialogo interreligioso” e via sviolinando. Il solito belato pacifista a senso unico, insomma, tanto più sonoro quanto più deve coprire il ringhio minaccioso del lupo sotto la pelle di agnello.
Atto di guerra, dicevo, perché i conflitti si vincono innanzi tutto sul piano psicologico, prima ancora su quello dello scontro fisico; e questa è precisamente la tattica usata con successo dall’Islam negli ultimi anni, nei confronti del mondo intero: intimidire con gli attentati terroristici, con i disordini nelle banlieu francesi, con gli stupri vigliacchi ai danni delle nostre donne, in modo da strappare sempre più concessioni per i milioni di immigrati islamici che hanno invaso l’Occidente.
Ma la guerra psicologica più sottile si può fare anche con gesti apparentemente pacifici, che però in realtà sono una dimostrazione di forza e di supremazia tale da ingenerare la sensazione di non avere più scampo. E, al di là dell’indiscutibile arroganza dimostrata dagli islamici, è precisamente questo il messaggio sottinteso alla costruzione di una moschea in un luogo dalla fortissima valenza simbolica come Ground Zero:
<<Se riusciamo a costruire QUI il nostro luogo di culto, abbiamo già vinto!>>
Il fatto che Grande Capo “Voce Tonante” Obama non riesca (o non voglia) vedere questa logica così elementare, dovrebbe essere motivo di grande apprensione per gli elettori americani, che tanta fiducia hanno riposto nel primo Presidente “negro” della storia.
Da New York spostiamoci in un paesaggio completamente diverso, in Italia, tra le dolci colline del Chianti. Ma anche qui scopriremo che la minaccia che incombe è la stessa, perché la logica che ha guidato alla richiesta di una moschea a Ground Zero è identica a quella che ha spinto i musulmani a richiedere un centro culturale islamico, e quindi futura moschea, a Greve in Chianti. Questa è infatti la cittadina toscana che ha dato i natali alla famiglia di Oriana Fallaci: calpestare la memoria del grande scrittore (come lei stessa amava definirsi), tra i primi a lanciare l’allarme sul pericolo Islam, significa far passare un messaggio di inarrestabilità e dunque di invincibilità.
Bene ha fatto la Lega Nord toscana ad opporsi a tale vergognosa iniziativa, raccogliendo le firme tra i cittadini di Greve per un referendum consultivo pro o contro la moschea. E mi conforta sapere che, in una città che ha sempre votato per la sinistra, i “NO” alla moschea sono stati di gran lunga più numerosi dei “SI”, 1402 contro 51, per la precisione. Stesso risultato, qualche mese prima, a Genova, nell’analogo referendum voluto dalla Lega Nord contro la moschea al Lagaccio, quartiere storicamente “rosso”. Segno dunque che anche molti ex compagni si stanno rendendo conto del pericolo rappresentato dall’islamizzazione a ritmi forzati delle nostre terre.
Mi piacerebbe che anche a New York, prima di dare il via libera alla costruzione di Cordoba House, venisse indetto un referendum per capire cosa ne pensa la gente dell’abominio di una moschea sul luogo dove i seguaci dell’Islam hanno fatto quasi tremila morti. Altrimenti la tanto decantata democrazia americana subirà uno smacco terribile, tale da rafforzare ulteriormente il senso di vittoriosa impunità dei musulmani. Il messaggio che passerebbe sarebbe in tal caso devastante:
<<Non solo non riuscite a fermarci, ma non riuscite neppure ad attivare i più elementari meccanismi democratici>>.
Allora sì che i figli di Allah potranno intonare, sulle macerie delle torri gemelle, il loro “Got mit uns” (“Dio è con noi”), ovvero il motto dell’esercito prussiano poi adottato dalle truppe naziste.
Ah già, come si traduce “Got mit uns” in arabo?

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