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Mai più sensi di colpa per il passato coloniale!

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Alcuni giorni fa, intervistato da Giletti durante la trasmissione televisiva “L’Arena”, Bonolis ha dato la sua interpretazione sul fenomeno dell’immigrazione dall’Africa. Il noto presentatore televisivo non difetta certo di intelligenza ma, in questa occasione, è caduto nel più trito luogo comune e in banali spiegazioni sociologiche: le stesse che spingono gli africano a invaderci, quasi l’Europa appartenesse a loro per diritto acquisito. Secondo Bonolis, infatti, dovremmo accettare questi flussi migratori incontrollati per farci perdonare il passato coloniale, durante il quale eravamo noi europei a “sfruttare” gli africani.

Sfortunatamente per Bonolis e per le sue teorie sociologiche d’accatto, le cose però non sono così semplici(stiche) e la questione meriterebbe di essere approfondita e confutata, punto per punto.

  1. Certo che lo sfruttamento coloniale c’è stato, in Africa, in India e altrove, e non solo da parte dell’Europa, ma anche da parte delle multinazionali americane. Tuttavia va anche rilevato che i “furti” commessi dagli occidentali sono stati ampiamente ripagati proprio grazie al fenomeno dell’immigrazione REGOLARE dei popoli del Terzo Mondo verso le nostre opulente società: oggi milioni di africani, indiani, pachistani, filippini, ecc. vivono più che dignitosamente, e spesso prosperano, in Europa, Nord America e Australia, godendo ampiamente degli stessi diritti di cui godiamo noi. Inoltre, con le rimesse del loro lavoro, contribuiscono al mantenimento di familiari e parenti nei loro paesi d’origine, espandendo anche nel Terzo Mondo il benessere creato dall’Occidente “capitalista e sfruttatore”. Andrebbe semmai qui evidenziato che non sempre questa disponibilità del ricco Occidente è stata ricambiata con la dovuta gratitudine, sopratutto da parte degli immigrati musulmani, sempre più riluttanti ad integrarsi nelle nostre nazioni: o meglio, ne apprezzano e ne sfruttano le possibilità economiche, rifiutando però quelle regole civili e quelle libertà che sono alla base di tale ricchezza e che la loro “cultura” non ha mai saputo produrre. Proprio questo, sia detto per inciso, è il motivo per il quale nelle società occidentali si è ormai diffusa una percezione sempre più negativa dell’immigrazione di massa, che sta assumendo le proporzioni di un rigetto epocale e che rappresenta il problema politico più urgente dell’Europa.

  1. I colonizzatori occidentali, a differenza di altri imperi coloniali (penso in particolare a quello ottomano), non hanno solo sfruttato i popoli conquistati, ma, un po’ sulla falsariga dell’antica Roma, hanno anche portato tecnologia, cultura e, non di rado, una maggiore tutela delle libertà individuali: abolizione della schiavitù (fatta eccezione, naturalmente, per la vergognosa tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, che però appartiene a un periodo precedente a quello del più recente colonialismo), ideologie politiche di stampo democratico, scuole, ferrovie, ospedali e infrastrutture prima totalmente inesistenti. Il sistema ferroviario dell’India, ad es., spina dorsale delle comunicazioni e dell’industrializzazione del paese, è stato realizzato dagli Inglesi, così come le scuole nelle quali si è formata la sua intellighenzia. Certo, si potrà sempre obiettare che tali opere non sono state fatte per beneficenza, ma per meglio trasportare le materie prime sottratte ai paesi colonizzati e per formare una classe dirigente asservita ai colonizzatori. Sta di fatto però che le ricadute di queste infrastrutture sul futuro di questi paesi sono state fondamentali per la loro emancipazione.

    E come non ricordare le attività dei missionari, sopratutto cattolici? Certo, anche loro si sono attivati per espandere il dominio spirituale della Chiesa, ma quanti milioni di esseri umani sono stati nutriti, curati, istruiti ed emancipati grazie all’opera infaticabile dei sacerdoti e alla loro abnegazione?

    1. La colonizzazione europea non ha mai avuto le caratteristiche di un’invasione, ovvero di movimento incontrollato di milioni di persone che si spostano in altre terre: basti pensare che in India vivevano circa centomila inglesi a fronte di quasi un miliardo di autoctoni, e così anche in Africa, Indonesia, ecc. Si può dunque parlare di dominio da parte di pochi nei confronti di molti, ma non certo di un’invasione, cosa che invece si sta verificando oggi in Europa con lo sbarco quotidiano di migliaia e migliaia di “migranti”.

Con una differenza sostanziale, che rende ancora più drammatica l’ondata migratoria che stiamo subendo: mentre in passato i (pochi) colonizzatori europei si trasferivano in continenti immensi e scarsamente abitati, oggi i “migranti” pretendono di sbarcare, a milioni, in un’Europa che è ormai vicina al limite di saturazione demografica. Non a caso il Giappone, che ha un altissimo numero di abitanti per km2, ha norme severissime in materia di immigrazione: una politica saggia che l’Europa dovrebbe adottare al più presto.

  1. Infine, troppo spesso ci dimentichiamo del fatto che, con la decolonizzazione, i popoli una volta sottomessi sono stati lasciati liberi di gestire le proprie risorse e costruirsi un futuro di autonomia. Alcuni, come ad es. l’India, pur in mezzo a enormi difficoltà, sono riusciti a progredire e a diventare potenze emergenti, ma altri, e penso in particolare alle nazioni africane o ad Haiti, hanno visto le loro condizioni di vita addirittura peggiorare, incentivando così i fenomeni migratori che stanno scuotendo l’Occidente. Alla base del fallimento storico di intere nazioni africane, e penso anche al Sudafrica del dopo apartheid, ci sono mali endemici che non sono in alcun modo attribuibili all’Occidente: prima di tutti la corruzione dei funzionari governativi, l’ignoranza e l’incapacità gestionale delle locali “classi dirigenti”, nonché il basso quoziente intellettivo della stragrande maggioranza della popolazione, che rende problematico lo sviluppo di un’economia moderna. La correlazione tra l’IQ medio delle nazioni e il loro sviluppo economico, sulla quale il politically correct impone una ferrea censura per le ovvie implicazioni razziali, è stata evidenziata da Richard Lynn (Università di Cambridge) e da Tatu Vanhanen, (Università di Tampere), che hanno prodotto due libri di fondamentale importanza sull’argomento, “IQ and the Wealth of Nations” e “IQ and global inequality”:

https://en.wikipedia.org/wiki/IQ_and_Global_Inequality

Da quanto esposto è evidente che i problemi dell’Africa si possono risolvere solo in Africa e che è dovere delle Nazioni Occidentali favorire l’emancipazione di questo continente, però non assecondando un’immigrazione incontrollata, come si è fatto fino ad ora, bensì creando in loco le condizioni per uno sviluppo economico sostenibile: realizzazione di infrastrutture, controllo demografico, start up finanziate con micro-credito, ma soprattutto un sistema scolastico che porti all’emergere di una classe dirigente composta da individui brillanti, preparati ed efficienti.

Altrimenti assumerà sempre più senso la famosa frase che, sia pure a bassa voce, affiora quando si parla dei problemi degli africani: che stavano molto meglio quando stavano peggio, ovvero sotto la dominazione coloniale.

Non è una blasfemia di stampo razzista, ma la constatazione di una pura e semplice, benché amara, verità.

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