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Remigrazione: la sostiene anche il Dalai Lama.

Ha destato molto scalpore, pochi giorni fa, un’esternazione del Dalai Lama, nella quale il leader religioso tibetano si diceva contrario all’immigrazione selvaggia dall’Africa e dall’Asia che sta rischiando di travolgere e sconvolgere l’intera Europa.

Già in passato simili sue dichiarazioni avevano suscitato polemiche, ma questa volta il Dalai Lama ha rincarato la dose, scandalizzando le anime belle che ancora si ostinano a credere nell’Eden della società multietnica. Ha sostenuto infatti che milioni di migranti che già vivono in Europa, una volta terminata l’attività lavorativa, dovrebbero tornare nei loro Paesi d’origine, in base al principio che “L’Europa appartiene agli Europei e deve continuare a rimanere tale”:

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/dalai-lama-sullimmigrazione-leuropa-appartiene-agli-europei-1576710.html

In pratica, lo stesso concetto di “remigrazione” chiaramente espresso anche nelle “Proposte di legge” di questo sito e rivendicato da alcuni gruppi politici di destra, penso in particolare a “Generazione Identitaria”.

Il luogo e il momento e il luogo nei quali il Dalai Lama ha esternato il suo pensiero non sono stati affatto casuali: in Svezia, e precisamente a Malmo, pochi giorni dopo le elezioni politiche che hanno visto una forte affermazione della destra anti-immigrazione. Quanto a Malmö, si tratta della città con il più alto tasso di immigrati musulmani dell’intera Europa, sconvolta da un crescente degrado dovuto agli stupri delle donne svedesi, alle lotte tra bande di spacciatori e ai tanti episodi di criminalità che vedono protagonisti extracomunitari perlopiù islamici.

Come scrivevo sopra, il CAB (Club Anime Belle) di una certa sinistra non ha preso bene le parole del Leader buddista e le accuse di xenofobia e gli insulti sono fioccati sui social network, alla faccia della libertà di pensiero, concessa da alcuni solo se allineata al pensiero unico.

Perché l’accusa che è stata fatta al Dalai Lama è stata proprio quella di avere tradito quegli ideali di tolleranza e pacifismo che avevano sempre ispirato il suo pensiero.

E il Pensiero Unico non può tollerare che si metta in discussione il dogma del pacifismo a tutti i costi, così inculcato nella testa dei nostri ragazzi fin dalle Scuole, dove Gandhi è in costante competizione con Mandela e Martin Luther King per occupare l’Hit Parade delle banalità spacciate come leggi storiche.

Ma il Dalai Lama è uomo troppo intelligente per non aver capito che il pacifismo non è la panacea di tutti i mali, ma un lusso politico che ci si può permettere allorquando la legge dei grandi numeri lo consenta. In India infatti la rivoluzione pacifica di Gandhi ebbe successo perché un miliardo di indiani si sollevarono contro centomila inglesi: un rapporto di diecimila a uno che rendeva impensabile un confronto militare. Subito dopo, però, nella guerra civile tra induisti e musulmani che seguì all’indipendenza dell’India e che portò alla creazione del Pakistan, si registrarono stragi e atrocità che trovano pochi confronti nella storia, in barba alla predicazione del Mahatma:

https://www.newyorker.com/magazine/2015/06/29/the-great-divide-books-dalrymple

E il Dalai Lama tutto questo lo ha capito benissimo: nel suo Tibet le proporzioni sono invertite, rispetto all’India di Gandhi, poiché a due o tre milioni di Tibetatani si contrappongono un miliardo e mezzo di cinesi. In casi come questi la “Rivoluzione Pacifista” resta solo un nobile ideale da predicare e nulla di più.

Lo stesso Tolstoi, che del pacifismo fu un antesignano e che fu visitato dal giovane ammiratore Gandhi nella sua tenuta di campagna a Jasnaja Poljana, era molto lucido quando, nella parte conclusiva di “Guerra e pace”, scrisse che un popolo che vuole riconquistare la libertà da un invasore, come fecero i Russi contro i Francesi, deve

afferrare il primo randello che gli capita a portata di mano e picchiare, picchiare con tutte le sue forze”

fino alla liberazione dall’invasore.

I signori che militano sotto le bandiere arcobaleno farebbero bene a tenere conto della realtà storica e delle lotte che la conquista della libertà ha sempre comportato, invece di illudersi con teorie favolistiche da propinare ai disarmati (loro sì, intellettualmente) studentelli di terza media.

         

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