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Sanremo 2019: la duplice Caporetto della canzone italiana.

La critica musicale? Una serie di persone che non sanno scrivere che intervista una serie di persone che non sanno parlare per una serie di persone che non sanno leggere.”

(Frank Zappa)

Scriveva Maria Giovanna Maglie, sulla sua pag. Fb, che la vittoria di Mahmood al Festival di Sanremo 2019 ha rappresentato l’ennesimo episodio di “appeasement”, o sottomissione, delle elites culturali alla strisciante islamizzazione della società. Infatti, come è noto, la vittoria del “rapper” di origini egiziane, è stata decisa da una giuria di “esperti” (in cosa? In calabraghismo culturale?), in stridente contrasto con la votazione popolare che aveva sentenziato in altro modo. Come è noto, la vittoria politicamente corretta e pilotata ha provocato la giusta e indignata reazione di Ultimo, il cantante che, a tutti gli effetti, sembrava ormai avere in pugno la vittoria, dato che la sua canzone era decisamente più bella dell’insulso Rap di Mahmood.

Si consoli Ultimo: non è la prima volta che i vincitori di un importante Festival o concorso vengono poi superati, nella carriera, da artisti classificatisi dopo di loro: l’episodio più clamoroso si verificò al prestigioso Concorso Pianistico Chopin di Varsavia del 1980, vinto allora, su pressioni politiche dell’URSS, da un insignificante virtuoso del Vietnam del Nord, Dang Thai Son, che relegò al secondo posto il dotatissimo Ivo Pogorelich. La decisione provocò un vespaio di polemiche, fino alle dimissioni dalla giuria di Martha Argerich, a sua volta vincitrice del Concorso nel 1965.

Come poi andò a finire lo sanno tutti: il mago del suono Pogorelich iniziò una straordinaria carriera, diventando in poco tempo una milionaria superstar del pianoforte, mentre Dang Thai Son condusse un’onesta carriera da ottimo dattilografo della tastiera.

Nel titolo di quest’articolo ho scritto di una duplice Caporetto: la prima è, ovviamente, quella di aver assegnato un premio così prestigioso non in base a effettivi meriti artistici, ma in base a pressioni politiche subite da una giuria servile.

La seconda Caporetto è di natura prettamente musicale: mi rifiuto di considerare il brano di Mahmood una “canzone” perché, diciamocela tutta, il Rap non è musica, ma solo declamazione o

recitazione su base ritmica, mentre la musica è elaborazione sonora o almeno ricerca di effetti sonori. Intendiamoci, non sto dicendo che il Rap non possa avere una sua valenza artistica, ma solo nel caso i testi siano interessanti: penso in particolare a Frankie hi-nrg mc, i cui testi, pur essendo ideologicamente distanti dalle mie posizioni, sono davvero belli. Ma la musica, quantomeno quella tonale, contenitrice di tutti i brani commerciali, è un’altra cosa: è una variazione continua su una melodia archetipica chiamata “Scala”, Maggiore, Minore o Blues che dir si voglia.

Del resto, con il Rap non è stato inventato nulla di nuovo: esisteva già nell’Opera settecentesca, si chiamava “Recitativo”, contrapposto all’”Aria”, e serviva per velocizzare l’azione e la narrazione, rallentate dalle Arie, nelle quali il tempo veniva dilatato per dare spazio allo sviluppo melodico. Ma la musicalità e la tecnica vocale di un/una cantante non si misurava certo sul Recitativo, una specie di declamazione canticchiata, bensì sulle Arie, composte per mettere a dura prova le corde vocali degli interpreti!

In ogni caso, anche i Recitativi richiedevano al cantante una gamma di espressioni teatrali (ironia, rabbia, dolore, gioia, ecc) che lo rendono infinitamente più interessante e variegato del Rap, che al massimo esprime l’incazzatura su scala industriale dei castigamatti di periferia.

Che poi anche il Rap abbia bisogno della Musica, per smaltire la sua dose micidiale di mono-tonia, lo dimostra il fatto che in tutti i suoi brani (mi rifiuto di usare il termine “Canzoni”) è quasi sempre presente una parte melodica che si alterna alla, quasi sempre, mortifera mitragliata di banalità & scurrilità vocali. Peraltro emesse da un tizio rigorosamente vestito così: berettino da Baseball, felpa con cappuccio, da bombarolo metropolitano, jeans luridi e stracciati con certosina precisione e, infine, scarpe da Tennis formato Charlot.

Per quanto trasgressiva possa apparire, sempre di una divisa si tratta…

Per concludere: un Festival prestigioso come quello di Sanremo, nel premiare un brano Rap, ha abdicato al suo ruolo culturale, che è quello di valorizzare la Canzone Italiana: una forma d’arte popolare sì, ma dalle nobili origini, che affondano nell’Opera Napoletana creata dal genio di Alessandro Scarlatti.

Volendo proprio premiare anche il Rap, a Sanremo o in altri festival canori, si abbia almeno il buon senso di proporre una sezione a parte, dedicata appunto ai brani Hip Hop.

Per evitare disoneste forme di meticciato culturale che servono solo ad alterare il gusto del pubblico e a creare l’illusione, in qualche giovane con scarsissime doti musicali, di essere un cantante solo perché dotato di una veloce parlantina.

Ma di cosa stupirsi?

L’ideologia della massificazione dominante, nel perseguire il mito di una schifosa uguaglianza del diritto all’espressione artistica, ha banalizzato tutte le forme d’arte: abbiamo imbrattatori seriali di muri che si credono pittori o i tanto osannati DJ, che dichiarano, in perfetta buona fede, di stare “suonando”, mentre fanno partire un CD su una consolle, all’interno di una discoteca.

Davvero un talento della Madonna, riservato agli Eletti, quello mettere dei dischi per far oscillare, al ritmo del Bum – Bum, i Parkinsoniani del Sabato sera!..

Per capire cosa significhi davvero “suonare”, propongo ai lettori questo video della grandissima Martha Argerich, sopra citata:

https://www.youtube.com/watch?v=wjghYFgt8Zk

                                                          

                                Ultimo                                                                                                          Mahmood

Martha Argerich

                                                         

                     Dang Thai Son                                                                                                     Ivo Pogorelich

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Un pensiero su “Sanremo 2019: la duplice Caporetto della canzone italiana.

  1. Bellissimo articolo e centrato . Complimenti! Credo cmq che non aver attenzionato da parte dell’opinione pubblica la canzone di Mahmood sia un modo per ignorarlo e relegarlo nel dimenticatoio

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