Testimonianze dal mondo

 

Hai subito uno stupro o un tentativo di stupro, abusi, molestie sessuali o violenze da parte di immigrati o rifugiati?

La stampa e i media hanno ignorato o censurato la cosa?

In tal caso, qui potrai informare liberamente l’opinione pubblica su quanto ti è accaduto, scrivendoci e raccontando la tua esperienza.

Potrai scegliere se rivelare o meno la tua identità, allo scopo di garantire la tua privacy e la tua sicurezza.

 

IMPORTANTE:

 

1) Al fine di evitare fake news ti chiediamo di allegare copia della denuncia alla polizia o all’autorità giudiziaria riguardante l’episodio da te subito.
In mancanza di una denuncia, dovresti allegare copia di un tuo documento di identità.

Questa documentazione non verrà pubblicata né usata per scopi commerciali, ma tenuta in archivio solo al fine di garantire l’autenticità dell’informazione, nel pieno rispetto delle leggi sulla privacy.

2) Nel tuo esposto non usare espressioni offensive o che incitano alla alla vendetta o all’odio razziale, pena la loro cancellazione dal testo: il racconto della violenza da te subita sarà più che sufficiente a provocare lo sdegno dei lettori.

 

1)

14-07-2018

Dottoressa minacciata di morte dal marito di una paziente.

Questa storia, la prima che riceviamo, sembra quasi incredibile, per le modalità con la quale si è svolta. Per carità, niente stupri, sangue o percosse, ma una semplice e non tanto velata minaccia, tanto più inquietante perché ci fa capire fino a che punto si stia spingendo la prepotenza di certi immigrati.

Ma in che razza di mondo viviamo?

“Sono una ginecologa che lavora in una struttura ospedaliera del Nord Italia e vorrei raccontare il grave episodio di minacce di morte che ho ricevuto da un tunisino, proprio nell’ambito della mia professione. Per evitare problemi con le autorità mediche, purtroppo ancora condizionate dal politically correct dominante, preferisco mantenere riservato il mio nome e quello della struttura sanitaria presso la quale esercito.

Circa tre anni fa mi è capitato di visitare una signora tunisina incinta, accompagnata dal marito, entrambi abbastanza giovani. La signora era stata indirizzata da me perché si era rifiutata di farsi visitare in due ambulatori dove si era recata precedentemente: nel primo per motivi, diciamo così, “culturali”, perché gestito da un mio collega (ma non è discriminazione basata sul sesso, chiedo?), nel secondo perché, pur essendo ricevuta da una collega, non era abbastanza rilassata per consentire una visita accurata.

Con la massima gentilezza, sempre presente il marito, cerco di mettere la signora a proprio agio ma mi accorgo quasi subito, dalla sua espressione e dall’ansia che si tagliava a fette, che è molto tesa, tanto da farmi pensare subito a violenze in famiglia e a uno stato di totale sudditanza psicologica nei confronti del marito onnipotente e onnipresente, tanto da non avere neppure la delicatezza di uscire dall’ambulatorio per mettere più a suo agio la moglie.

Provo a visitarla di nuovo ma la signora oppone un netto rifiuto e si irrigidisce. Cerco di allentare la tensione concedendole qualche minuto di relax, anche con l’ausilio di qualche battuta di spirito, che però cadono nel vuoto.

Tento una seconda visita ma ricevo lo stesso rifiuto di prima.

Idem al terzo tentativo, nonostante la pazienza e la buona volontà: la signora è, letteralmente parlando, inaccessibile ad una seria visita ginecologica. Riprovo di nuovo dopo qualche minuto ma anche questo tentativo fallisce, come del resto era successo alla mia collega qualche giorno prima. A quel punto, essendo passata quasi mezz’ora, faccio presente alla coppia che non posso fare attendere troppo le mie pazienti che attendono fuori e chiedo, direttamente al marito, di tornare una seconda volta, quando la moglie si sentirà più disponibile. E a quel punto ricevo una risposta, in un italiano ancora stentato, che mi lascia di gelo:

<<Va bene, Dottoressa, ma si ricordi che se succede qualcosa al bambino che aspettiamo, lei qui buio buio>> e, nel dire ciò, punta l’indice verso i suoi occhi, ovviamente intendendo i miei.

A questo punto la parola mi si blocca in gola, non tanto per la paura, quanto per lo sbalordimento: una risposta così, data a chi ha fatto del suo meglio per visitare la moglie, a spese dei contribuenti italiani, pronunciata da chi è stato accolto nel nostro paese e inserito nel mondo del lavoro, non me la sarei mai e poi mai aspettata!

A quel punto faccio finta di non sentire e ripeto al marito, sempre fingendo indifferenza, di prendere un nuovo appuntamento. Lui capisce l’antifona, fa rivestire la moglie in silenzio e poi, con un secco saluto, entrambi si congedano, mentre io fingo di guardare qualcosa sul computer.

Ho preferito non riferire l’accaduto a colleghi e dirigenti, anche perché non c’erano testimoni, e forse è stata la scelta migliore, dato che in seguito la coppia non si è più presentata nel mio ambulatorio e ignoro come siano andate le cose.

Sono sempre stata piuttosto di sinistra, in genere a favore dell’accoglienza e dei diritti degli immigrati, che vedevo sempre come l’anello debole della società. A onor del vero devo anche dire che ho anche diverse pazienti mussulmane che si sono comportate nei miei confronti con la massima correttezza e ciò ha sicuramente contribuito a farmi sentire ben disposta nei confronti dell’immigrazione. Tuttavia, dopo questo episodio, ho cambiato opinione, quantomeno nei confronti dell’immigrazione islamica indiscriminata: oggi sono del parere che certa gente, che si approfitta dei vantaggi che vengono loro offerti dalla nostra società ricambiandoli con arroganza e persino violenza, andrebbe cacciata dal nostro paese senza se e senza ma. Perché una minaccia di morte, sopratutto se rivolta a una donna che cerca di fare il proprio lavoro di medico con la massima coscienza, altro non è che violenza allo stato puro, ancora più odiosa perché fatta nel segreto di un ambulatorio, senza testimoni che possano riferire l’accaduto”.

(Lettera firmata)

 

2)

30 – 07 – 2018

“Vu cumprà? O vu scupà?”

Sono una delle componenti del Team di questo sito e l’episodio, non gravissimo ma sicuramente fastidioso, che mi ha convinto a unirmi a questo gruppo, risale a circa due anni fa. Non ci si lasci ingannare dal titolo volutamente comico di questo post: se non avessimo ignorato la provocazione le cose sarebbero potute degenerare in maniera assai più violenta.

Sono la titolare di un negozio in una città di Modena e una mattina, mentre con la mia commessa eravamo  indaffarate a sistemare alcuni prodotti negli scaffali, è entrato un “vu cumprà” africano, che si era visto altre volte e dal quale avevamo comprato alcuni fazzoletti di carta e accendini. Dopo le solite frasi di rito, dette in tono apparentemente amichevole, ci ha chiesto se ci servisse qualcosa, accennando alla merce nel borsone che portava a tracolla. Al nostro diniego ha provato a insistere, mentre noi, troppo indaffarate anche solo per ascoltarlo, continuavamo a lavorare e, alla fine, ad ignorare le sue reiterate richieste. Allora è diventato particolarmente insistente e ha provato a prendere per il braccio la mia collaboratrice, cercando la sua attenzione in modo scorretto. A quel punto ho perso la pazienza e gli ho detto, in tono alquanto piccato, che ci lasciasse in pace e uscisse dal negozio, non essendo noi obbligate a comprare le sue cianfrusaglie.

Lo ha fatto, molto lentamente e con aria visibilmente offesa, ma prima di uscire dal negozio, si è girato verso di noi e, toccandosi in maniera energica la patta dei pantaloni, ci ha gridato, visibilmente alterato e sul punto di perdere il controllo:

<<Allora, il cazzo lo volete? Eh?>>

Lo abbiamo guardato storto senza però reagire in maniera altrettanto rabbiosa, per non aumentare la sua aggressività, intimandogli nuovamente di lasciare il negozio, con un diplomatico “per favore”, sia pure detto in maniera decisa. A quel punto si è calmato e se ne è finalmente andato per non farsi rivedere mai più, ma ci è rimasta addosso una gran rabbia, dovuta alla pesante molestia verbale e al fatto di essere indifese davanti a un uomo robusto e dall’aria minacciosa.

Sappiamo per certo che soggetti simili girovagano nel nostro quartiere prendendo di mira soprattutto le signore più anziane che escono per la spesa, insistendo fastidiosamente perché comprino i loro prodotti. Qualcuno si offre di aiutarle a trasportare la spesa, guadagnandosi così un meritato obolo, ma la maggior parte insiste senza tanti riguardi finché la “vittima”, sentendosi quasi minacciata, o quantomeno a disagio, cede e allunga qualche spicciolo. Magari solo per percorrere poche decine di metri e trovarsene un altro che l’approccia con la stessa tecnica.

Vogliamo poi parlare poi dei parcheggiatori abusivi che, con gli automobilisti, utilizzano pesanti pressioni, facendo capire che, in mancanza dell’obolo, “qualcuno” potrebbe rovinare l’automobile?

Questa non è più carità, che ho sempre fatto volentieri in caso di bisogno, questa si chiama ESTORSIONE, per giunta ai danni dei più deboli.